L’esordio dei nerazzurri di mister Andrea Chiappini in serie D è stato da dimenticare. Ma cosa ha rappresentato il calcio a Latina? Era un punto di aggregazione formidabile. Pensate, per conoscere il risultato delle partite in Sardegna negli anni sessanta si aspettava anche sino alle dieci di sera davanti il Circolo Cittadino o il Bar del Corso, due dei tanti ritrovi di aficionados. Inchinatevi, ecco il Latina, era lo storico striscione appeso sopra la pasticceria di Figini lungo il corso. Tempi memorabili, dal 1965 in poi, con lo spareggio vinto dal Latina sulla Stefer e l’ammissione alla serie D, il primo passo importante festeggiato con lunghi cortei di macchine a clacson spiegati. Andare allo stadio era un rito non solo domenicale.

Piaceva a tutti guardare gli allenamenti diretti dal cavalier Banchetti – quello dei calzini scaramantici sempre di colore giallo- il giovedì poi era uno sballo, tutti al Comunale. Per fare cosa? Per guardare la partitella di allenamento e percepire le indicazioni del tecnico in vista della domenica. La tribuna coperta era quasi piena, i giocatori effettuavano il riscaldamento correndo lungo la pista di atletica leggera, poi la sfida tra titolari e formazione De Martino, quella dei ragazzi. I giocatori più impertinenti toglievano la scuffia di lana al massaggiatore Ottaviani da Nettuno, detto Panzetta, che d’estate curava i muscoli dei giocatori di baseball del suo paese e l’inverno si trasferiva a Latina.

Il porto di Civitavecchia

Ogni partita era un rito. Si comincia con l’orario. <Bulova Accutron, l’orologio dell’era spaziale>, così recitava, nel 1966, con voce metallica lo speaker, anche nelle cosiddette sponsorizzazioni (termine orribile) noi di Latina siamo arrivati primi. Fu il cavalier Gino Antonio Sada, patron munifico della Simmenthal di Aprilia, a inventare l’abbinamento pubblicitario.
E le trasferte? Qualcuno aveva paura dell’aereo e partiva in nave da Civitavecchia per raggiungere luoghi sconosciuti della Sardegna come Sorso, Calangianus, Tempio. A noi sembravano capitali, erano i nostri rivali. Una volta, il Latina giocò due partire consecutive in Sardegna e i giocatori salirono sul treno per raggiungere il campo. Il buon Luciano Melloni si addormentò e inavvertitamente tirò il freno, facendo fermare il convoglio. Una risata generale, i nerazzurri erano quasi sempre felici.

In città c’era il boom economico grazie ai benefici della Cassa del Mezzogiorno che invitava gli industriali nordisti a costruire le fabbriche nel Pontino. Giulio Pastore, il ministro della Casmez, lo hanno dimenticato in fretta. Gli allenatori erano divi che non facevano la fila nemmeno per fare la spesa, alla Standa, unico supermarket, avevano precedenza assoluta. I giocatori si fidanzavano con le più belle ragazze della città, erano invitati a cene, feste danzanti, negli stabilimenti balneari del lido firmavano autografi. Un posto gaudente era la Latina degli anni sessanta, con alla testa del calcio dirigenti bravi ed avveduti. Un grande ricordo lo ha lasciato Sante Palumbo, per tutti Santino,il più grande presidente nella storia del club nerazzurro. Era un abruzzese fattosi da solo, concreto ma soprattutto pieno di carisma. Anche chi aveva solo cento lire in tasca contribuiva alle fortune del Latina.
I commercianti inventarono la tassa sulla Coca Cola, un anno e sul caffè l’altro per finanziare la squadra, un piccolo esempio di azionariato popolare. Anche in questo caso siamo arrivati trai primi, eravamo moderni nel moderno, giovani in una città nata da poco ma molto aggregata e funzionante. Chi andava a vedere il calcio era anche un tifoso della Pallacanestro Latina che faceva furore nella bella Arena del Circo Cittadino. Gente, scanzonata, piacevole, piena di vita, sempre pronta allo scherzo attorno al mondo pallonaro. In viaggio per seguire la squadra del cuore si andava volentieri, dividendo le spese della benzina sulla 1400 Fiat, poi una bella bistecca alla fiorentina, innaffiata dal Chianti, nelle trasferte in Toscana. Enogastronomia unita a sport e cultura.

Tifosi allo stadio (foto da uslatinacalcio.it)

La barberia del prode Walter Bulgarelli, in piazza della Liberà, era un punto abituale di discussione calcistica, spesso fino a livelli dotti. I tifosi sapevano tutto di ogni giocatore, se ne arrivava uno in prova la fila allo stadio, il giovedì , era assicurata. Due nomi: Truant e De Cristoforo. Giunsero a metà stagione, fecero faville. Anche il grande John Charles, gallese di Cardiff, giocò a Latina, un tempo con la maglia dell’Arsenal, l’altro con i pontini. Vinsero i londinesi 3 a 0. Era il 1965, Tommasino Cifra e Gigi Peronace erano manager d’assalto, sapevano organizzare anche i grandi eventi, a poche spese. Ma tutto lo staff che ha ruotato attorno a Latina degli anni sessanta era qualcosa di buono, di efficiente. Dieci e lode a tutti i dirigenti, si arrivò anche a formare un consiglio direttivo di 50 soci. Roba da non crederci. Adesso siamo tornati in serie D, torneremo grandi.

Paolo Iannuccelli

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