Un importante sindaco di Latina è stato Vittorio Cervone (Gaeta, 14 gennaio 1917 – Gaeta, 18 settembre 1993), un docente e politico italiano. Laureato in filosofia e docente universitario della stessa materia, all’inizio degli anni ’50 è il leader della corrente andreottiana nella provincia di Latina, dove riunisce sotto la bandiera della Democrazia Cristiana la vecchia classe dirigente rurale del periodo fascista.

Prima vice-sindaco e poi sindaco della stessa città, assume la carica di commissario del Consorzio per la bonifica pontina ed estende la sua influenza alla sede locale della Coldiretti, dove la presidenza è affidata ad un suo stretto collaboratore. Eletto deputato nel 1953 rimane alla Camera fino alle elezioni del 1976, quando viene eletto al Senato della Repubblica e vi conclude la sua lunga carriera parlamentare. Più volte sottosegretario nel 1978 ha vissuto da vicino la tragedia di Aldo Moro, rimanendo vicino alla famiglia durante tutto il periodo del sequestro.

L’Opera Nazionale Combattenti fu soppressa dopo aver realizzato l’urbanizzazione delle cinque città di fondazione e l’appoderamento per cinquemila case coloniche. Sono restati in attività i Consorzi di Bonifica, organismi di vitale importanza con metodi e finalità avanzati per quell’epoca. In quegli anni si parlò di difendere l’Agro Pontino dal pericolo della malaria.

A vent’anni dalla bonifica alcuni canali erano completamente abbandonati, tanto che si andavano formando sempre più numerosi acquitrini malsani. I vari enti preposti alla manutenzione delle opere pubbliche sono poi intervenuti, superando anche contrasti tra le varie forze politiche presenti all’interno dell’amministrazione comunale di Latina. La storia dei grandi tentativi di bonifica voluto dal tempo dei Romani e dei Papi avvertiva le autorità che per non fallire era necessaria la collocazione di masse di lavoratori ai quali dare una dimora fissa e condizioni di vita possibili. Latina era diventata il capoluogo di una terra invidiabile sotto tutti gli aspetti. Gruppi di speculatori la vedevano come l’Eldorado delle loro imprese e lo scopo delle loro conquiste. Furono poste in vendita aree di piano regolatore, si costituirono formazioni cooperativistiche alle quali il Comune concedeva terreni edificabili; nacquero le prime imprese che poi dovevano diventare imperi di costruttori con cantieri sparsi ovunque a realizzare agglomerati edilizi che hanno snaturato la fisionomia urbanistica della città. Talune aziende beneficiarono da parte dello Stato di indennizzi di danni per cause belliche. Si trattava di aziende industriali, artigiane, commerciale, zootecniche, di trasporto, alberghi e ristoranti. Si realizzarono anche quartieri periferici come il Campo Boario (denominato Shangai) nei quali la vita era sicuramente dura con case, strutture urbanistiche, impianti scolastici e servizi sociali poco efficienti, lasciando la popolazione alienata.

Fu dato impulso all’edilizia scolastica a Borgo Montello e Casal delle Palme, assegnati contributi alla squadra di calcio, alla Ginnastica Latina, all’Aero Club. Piccoli possidenti di Priverno, Sezze, Norma, Sermoneta, Cori ed altri centri dei Monti Lepini, trovarono vita facile nel dare impulso all’edilizia privata.

Fu inaugurato, nei pressi del Tribunale, il “Villaggio Trieste”, riservato ai profughi giuliano-dalmati, istriani e fiumani. Furono edificate minuscole case con un piccolo lotto di terra. Non sono mancate le lamentele nel marzo del 1955, da parte dell’architetto Oriolo Frezzotti che ha firmato e progettato il Piano Regolatore della città, un realizzatore dei principali edifici pubblici di Latina, Sabaudia e Pontina, mettendo in luce il fatto che molte zone sono prive di strade e di fogne. Con una punta di malinconia Frezzotti mette in risalto problemi di grande attualità, rendendosi conto che la speculazione edilizia senza freni avrebbe danneggiato la crescita del centro urbano e delle borgate circostanti. Durante le campagne elettorali sono state fatte promesse verso cittadini riguardanti il completamento del Piano Regolatore ma la mancanza di opere in zone abitate ha contrassegnato gli anni ’50, prive di strade, di fogne, di acqua e di luce. Si usavano mezzi di fortuna per riuscire a raggiungere certe zone. Alcuni pubblici amministratori di Latina hanno cercato di dare un impulso sociale alla città, spingendo per la creazione di associazioni culturali, società sportive, momenti legati al benessere collettivo. Le note negative hanno riguardato eventi e circostanze che hanno danneggiato sia il Canale delle Acque Medie che quello delle Acque Alte.

La politica è sempre stata divisa tra roccaforti rosse e bianche. Sui Monti Lepini dominava il Partito Comunista Italiano, mentre a Latina era la Democrazia Cristiana a fare la parte del leone. Uomini come Alessandro Di Trapano, detto Bufalotto, e Mario Berti che hanno ricoperto la carica di sindaci di Sezze, hanno interpretato bene i problemi amministrativi delle loro zone, senza imporre tassazioni esagerate. Nel 1956 e negli anni seguenti cominciarono ad arrivare i primi operai specializzati provenienti dal Nord dell’Italia. Sia Latina che Aprilia hanno beneficiato della Cassa del Mezzogiorno che ha fatto in modo di aumentare le presenze nelle industrie. Si arrivò a parlare di Latina come la Milano dell’Agro Pontino, veniva tenuta in considerazione anche Aprilia. La valorizzazione turistica è sempre rimasta un tabù perché non ci si è mai resi conto dell’effettiva bellezza di zone che venivano visitate solo da personaggi che oggi potremmo definire Vip.

Uno dei personaggi saliti alla ribalta in quegli anni è stato sicuramente Marcello Di Vito, un giovane leader socialista di Fondi, trasferitosi a Latina con propositi di fare carriera, avendo dalla sua parte un largo consenso da parte dei braccianti agricoli. Di Vito morì giovanissimo dopo aver deciso di portare a fondo la battaglia per l’emancipazione tributaria dei piccoli proprietari dei terreni del comprensorio di Fondi. Marcello Di Vito ha diretto il quindicinale Lotta socialista, nel quale insieme a Luigi Marafini, Sandro Onorari cercava di mettere in risalto i maggiori problemi di politica sociale ed economici. Le illustrazioni sul quindicinale erano di due illustri pittori come Bertoncin e Massaccesi. Latina è tradizionalmente un luogo votato ai pittori di strada. Negli anni seguenti la seconda guerra mondiale era bello vedere sotto i portici di piazza del Popolo alcuni artisti che dipingevano all’aperto, uno dei più quotati era Saltarin, un veneto di Badia Polesine di grande talento pittorico, riconosciuto solo dopo la sua morte avvenuta in povertà in un appartamento delle vecchie case popolari.

Luigi Marafini, originario di Cori, era molto legato alla sua città natale. Amico di artisti come Mafai, Attardi, Levi, scrittore come Pasolini, Piero Chiara, teneva alle pareti della sua casa attestazioni di tanti Maestri dell’arte figurativa. Ho avuto il piacere di conoscere Marafini ed un altro grande pittore come Italo Vivaldi che ha esordito con una mostra personale a Trieste, riscuotendo unanime consenso. Un artista stimato ed eccentrico nei suoi splendidi acquarelli che ha trovato nella moglie Nerea una perfetta simbiosi. Proprio questa insegnante è stata una delle prime ad insegnare in modo moderno e professionale la lingua inglese, sia all’istituto tecnico Vittorio Veneto che a qualche bambino che ne faceva richiesta.

Paolo Iannuccelli

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