Tito Zaniboni, l’attentatore che cercò di uccidere a Roma Benito Mussolini, è stato confinato a Ponza. Una sera andai alla ricerca di Lucia Pagano, meglio conosciuta come Lucia i’Zaniboni.
Aveva la bellezza di 99 anni e 6 mesi, non arrivò purtroppo a compierne cento, a spegnere le candeline più attese. Peccato. Era il mese di febbraio del 2001, io e mia moglie Ketty abbiamo impiegato molto tempo per raggiungere la residenza dell’arzilla vecchietta, alla Falasche, frazione di Anzio.

Faceva molto freddo, un fatto inconsueto da quelle parti. Tante vie lunghe e strette, gli indirizzi non sempre precisi, nessuno per strada a darti indicazioni. A un certo punto ci siamo soffermati davanti un campanello con scritto: Feola. Un nome, un simbolo di ponzesità. Abbiamo suonato dolcemente, sono apparsi subito nipoti e pronipoti di Lucia Pagano. Lei, molto incuriosita dalla nostra visita, girava per casa appoggiandosi a un girello. Ci ha subito sorriso e fatto accomodare in salotto. Era lucidissima, molto attenta. “Cosa volete, che vi parli di Zaniboni? Eccomi”. Tito Zaniboni, socialista, aveva organizzato il primo attentato contro Mussolini il 4 novembre del 1925. Condannato per alto tradimento a 25 anni di reclusione, Zaniboni, originario di Monzambano, trascorse i primi anni nel carcere di Alessandria, poi dal marzo del 1942 soggiornò a Ponza come confinato. Arrivati gli inglesi, nel 1943, lo nominarono sindaco provvisorio del’isola, per via della conoscenza della lingua britannica, appresa durante un soggiorno di due anni a Boston.

L’attentatore al duce abitava a Ponza in via Roma, dove poi è stato creato l’albergo Feola, in una piccola stanza senza luce. Lucia Pagano era la sua governante e pensava a tutto: pasti, lavare, stirare, cucire e pulire. Il viso della nonna ponzese, nella casa delle Falasche, era raggiante: “Da Zaniboni ho imparato a scrivere e leggere – raccontava – fino ad arrivare a frequentare la seconda elementare. Ero molto brava in bella calligrafia, tanto che conservo ancora un quaderno sul quale Tito mi faceva esercitare. Era un tipo solitario, molto buono ed amato dalla popolazione. Durante la prima guerra mondiale fu colpito da una pallottola allo stomaco, ero sempre costretta a non preparare cibi solidi. Solo brodini, infusi, carne tritata, zuppa di cipolle, il suo piatto preferito. Zaniboni era magrissimo, vestiva elegantemente. Passava le sue giornate all’aria aperta, gli piaceva raccogliere cicoria e altre verdure. Preferiva sempre camminare, per questo si recava spesso a Monte Guardia, dopo una lunga e salutare passeggiata.

Tito era un vero gentiluomo, ogni volta che lasciavo la sua piccola stanza mi baciava la mano, dopo essersi accertato che la tazzina di caffè era stata riposta nella credenza. Sono stata per lui come una grande mamma, voleva bene sia a me che a mio marito. Ogni tanto lo raggiungeva a Ponza la figlia Bruna, mentre la moglie Bianca morì anzitempo”. Caduto il fascismo, Lucia Pagano seguì Zaniboni a Salerno dove era stato creato il Governo del Sud. “Quando lasciò l’isola piangevano tutti”, ricordava commossa. L’attenatore al duce aveva ricevuto l’incarico dalle forze alleate e da Badoglio di preparare una sorta di lista di proscrizione, sulla quale dovevano figurare tutti coloro che erano sospettati di attività a favore del passato regime. Lucia ricordava bene quei momenti: “Tutti si recavano da Zaniboni per segnalare nomi e cognomi di fascisti, lui faceva di tutto per salvare queste persone ed evitare una condanna a morte. Il suo animo non poteva permettere una cosa del genere”. Zaniboni, nel dopoguerra, visse a Roma dove morì nel 1960. Lì si trasferì anche Lucia Pagano per svolgere mansioni domestiche: “Mi trovai a meraviglia in un casa bellissima. Zaniboni riprese l’attività politica, era sempre in giro per l’Italia per conferenze e comizi. Nel 1955 fu nominato presidente dell’associazione degli ufficiali in congedo. La sua abitazione era un ritrovo di intellettuali, frequentava sempre belle donne, la sua vita era brillante. Una volta mi recai anch’io a teatro, accompagnata da una splendida donna di colore, amica di Tito. Quando morì lasciò un libretto a risparmio a me intestato con diversi soldi, in segno di riconoscenza. La cosa mi fece enorme piacere”

Paolo Iannuccelli

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