Sono giunto a Latina dall’Emilia – terra di epicurei – in un momento davvero particolare per la città. Ho conosciuto persone che cominciavano a ricordare i primi momenti di vita di un capoluogo di provincia in piena espansione demografica. I racconti erano invitanti e coloriti, soprattutto per un bambino che arrivava da un mondo completamente diverso. Sentivo parlare di piccoli negozi, osterie, cinema, oratori, poderi, case coloniche, migliare, allevamenti di bufale, mozzarella e carciofi di Sezze, orate, spigole, cefali, merluzzi e alici. Erano gli aspetti salienti di una terra che andavo a conoscere abbastanza rapidamente, una raccolta di impressioni ma anche di idee rivolte al futuro. La mia è stata una formazione civica e culturale che mi ha portato ad amare subito Latina, trovandola un centro interessante ed appassionante. Pur operando in un ambiente nuovo è stato necessario qualche cambiamento nei modi di vivere, specialmente riguardo all’orario del pranzo e della cena. In Emilia ci si sedeva a tavola alla mezza (12.30) e la sera alle sette in punto. Sono stato immediatamente partecipe degli avvenimenti della città, cercando di comprenderne le repentine mutazioni. Un mondo diventatomi subito amico.

I vecchi di allora rammentavano il forno di Pedà che è sopravvissuto anche nel dopoguerra, fino ai tempi attuali. Per quanto concerne il centro, esistevano tre sole macellerie (Isabella, Gagliano e Massa), quattro servizi di generi alimentari, forse due di frutta e verdura (Alfredo Di Giacomo, detto “il napoletano”). C’era poi la latteria di Lucci che si trovava in via Oberdan, proprio sotto la pensione Picciurro. La ricettività era garantita dall’albergo Italia, in piazza Littorio, magnificamente gestito dai Biondi (Elio e Aurelio) e sulla pensione, quella di Gavazzi, in via Malta. Credo sia il caso di ricordare la salumeria di Federico Benedetti con relativo forno, quello di Zaccheo, la pasticceria Figini lungo il corso e, naturalmente, il bar Poeta all’angolo tra il corso e l’attuale piazza del Comune.

Sempre negli anni ‘40, si affacciava alla ribalta del commercio Achille Porfiri, nettunese, passato dalla vendita ambulante di tessuti a quella fissa con un esercizio in via Cencelli, ribattezzata via Andrea Costa. Porfiri è stato uno dei pochi che ha creato un impero con la semplice capacità della sua famiglia nella difficile arte del commercio, mantenendosi su un alto livello di onestà. Egli va annoverato tra i pochi benefattori di Latina. Ricordo il negozio di elettricità dei fratelli Scotto lungo il corso principale e la ferramenta Cinelli, in piazza San Marco. Sotto il portico della stessa piazza c’era il bar di Lo Bianco, frequentato prevalentemente dai coloni la domenica. E l’ottica? Per anni siamo stati convinti che Mefo fosse il cognome del titolare del negozio, ma un giorno abbiamo scoperto che si chiamava Giulio Adinolfi. E Mefo? Mefo voleva dire: Materiale, Elettrico, Fotografico, Ottico.

Di gioielli, a Littoria, non se ne vendevano molti, ma qualche orologio si riparava e si comprava. Questo servizio lo svolgeva egregiamente Dante Wiquel e per lui il famoso meccanico Romano De Checchi. Un personaggio che dagli anni ’30 in poi ha contribuito alle piccole cose quotidiane della città, giorno per giorno. Era arrivato dal Veneto con una valigia piena di lenti, strumenti di precisione, piccoli cacciavite. Sapeva fare bene il suo mestiere, un artigiano difficile da trovare ai giorni nostri. Proveniva da Campodarsego di Padova, non ha mai dimenticato il suo dialetto che ha conservato per sempre. Lavorava nella gioielleria di Wiquel, mantenendo la sua indipendenza economica, lui viveva con le riparazioni. Appena arrivato a Littoria, l’orologiaio non ebbe nemmeno il tempo di respirare che già dovette sedersi al banco di lavoro nel retrobottega. Il negozio di Wiquel con annesso il laboratorio di Romano era allora in piazza Savoia, l’attuale piazza San Marco. Vicino lavorava il falegname Morassi, si ammirava il negozio di scarpe di Sciarretta, presenti anche gli uffici della Romana Elettricità. Romano De Checchi amava la caccia, il suo hobby preferito. Il suo laboratorio sembrava un museo di orologi vecchi, molti arrivati in Italia dagli Stati Uniti, dall’Argentina e dal Brasile, tutti italiani residenti all’estero volontari nella guerra d’Africa.

Paolo Iannuccelli

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